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Ricordi, frantumi di sogni e di fantasie 

         Ancora bambina , odori di muffe e antiche polveri racchiuse nella vecchia stanza dove, sui due lettini, dormivamo io e mia sorella, alla parete i visi di due angeli sopra alle ali di gesso ci guardavano, per ognuna un comodino dove mettere le nostre cose, in fondo alla stanza un armadio a 4 ante enorme ai miei occhi di bambina, in cui molte volte mi rannicchiavo fra le coperte e le lenzuola con le porte socchiuse per starmene un po’ da sola,

         Nei pomeriggi di fine primavera, quando le giornate si facevano calde, fra le tavole dei balconi di legno ormai marciti dal tempo e dagli anni, tanto che sembravano sempre sul punto di cadere, filtrava la luce del sole che si avviava al tramonto.

         Quante battaglie su quei letti con i cuscini, il tempo passato a fare i compiti di scuola, i pianti per i più svariati motivi, le paure e le incertezze, i mille giochi di bambole.

         Alla sera sullo stesso letto, dal copriletto a balze color porpora con arabeschi, rose e fiori,sotto alle lenzuola di grosso cotone, iniziava, mai troppo lunga, l’attesa di vedere entrare mamma, prima di abbandonarsi al mondo dei sogni, sentire il peso del suo corpo stanco adagiarsi sul letto, una carezza una parola una frase come gioielli da stringere al cuore per addormentarsi, gioielli che allontanavano i cattivi pensieri e i timori di dover un giorno abbandonare tutto.

         Nel buio che in certe notti era appena tagliato dai raggi della luna che filtravano dai balconi chiusi, rumori e scricchiolii, la fantasia correva a volte a piccoli folletti altre ad essere maligni che si aggiravano sotto il letto o negli armadi pronti a saltarti sul letto, il cuore impazziva da quanto batteva, sembrava volesse scappare lontano, rullio e struscio di piccole zampine sul linoleum appena sotto di me ora  poi più lontano in fondo alla stanza dietro alla piccola scrivania, all’inizio a tratti brevi come se chi ne era l’autore si mettesse in ascolto, poi via via sempre più audaci fino a divenire vere proprie scorribande.

         Mia sorella nemmeno fiatava, fino a che sopraggiungeva il sonno allora sentivo il suo respiro tranquillo, ma io, io aspettavo fino a che non sentivo quel fruscio lievissimo e felpato e tutta ad un tratto la stanza ripiombava nel silenzio più assoluto, mi rimettevo in attesa, seduta sul letto, di sentire di nuovo le coperte abbassarsi sotto al peso più lieve di quello di mamma, aspettavo di sentire quel suono, quel brontolio sommesso e dolce alle mie orecchie, Micione lo avevo chiamato, non avevo trovato un nome migliore per quel grosso gatto rosso, compagno di giochi e di pianti.

         Allora mi rannicchiavo un po’ da una parte e Micione si metteva vicino ai miei piedi e si appallottolava tutto diventando un enorme cuscino di pelo, nascondeva il muso fra le sue zampone e fino a mattino io ero tranquilla e potevo addormentarmi con la speranza del sonno più profondo, per non ricordare poi al mattino, quello che avevo sognato, ma iniziavano, a volte i sogni ed altre volte gli incubi.

Valentina Zorzi

 

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